La psiche nei libri – “Non è vero che non siamo stati felici” (I. Salvatori)

“Non è vero che non siamo stati felici”: una scrittura torrenziale ed evocativa, un alternarsi potente tra il dolore della perdita e il desiderio di guardare avanti

La psiche nei libri - "Non è vero che non siamo stati felici" (I. Salvatori)
La cover del libro dal sito web della casa editrice Bollati Boringhieri

Ci sono libri che sono decisamente difficili da classificare. Forse impossibili. Si può solo tentare di descriverli, di dare un’idea del loro contenuto tramite rapide pennellate di parole, quasi impressionistiche.

“Non è vero che non siamo stati felici” potrebbe essere definito un romanzo biografico, perché trae spunto da eventi di vita vera: la vita dell’autrice, che è anche la voce che ci accompagna in questo viaggio letterario tra sentimenti profondi.

Viene però un dubbio anche sulla parola “romanzo”, nonostante campeggi sulla copertina. Tra le pagine, più che una trama classica, scorre un fiume di pensieri dai colori vivissimi, in una prosa ricca di metafore talvolta acrobatiche. Una scrittura torrenziale che porta i sentimenti direttamente sulla carta, senza l’intermediazione della finzione. Le riflessioni più recondite di una psiche segnata dal dolore vengono vestite di abiti nuovi, abiti di parole. Così, potranno forse essere portate alla luce e affrontate, per ripartire e scrivere nuove pagine di vita.

“Non è vero che non siamo stati felici”: un dialogo a una voce… o a due voci?

Il lettore si trova silenzioso testimone di un singolare… dialogo a una voce: l’io narrante si rivolge alla madre scomparsa prematuramente, come se fosse sempre presente. Questa figura è effettivamente presente nella vita dell’autrice, la segue in giro per l’Europa. Anche in terre straniere sembra apparire dietro ogni angolo.

La psiche nei libri - "Non è vero che non siamo stati felici" (I. Salvatori)
Irene Salvatori – Foto: Barbara Cardini Photographer

La prosa torrenziale di Irene Salvatori è dolce e violenta al tempo stesso. Non ci risparmia nulla del vuoto che perseguita chi ha perso troppo presto una colonna portante della sua vita, come una madre amatissima. Eppure, a tratti si sorride anche, perché l’autrice sa creare buffe e visionarie immagini letterarie. Racconta così, indirettamente, episodi di vita, sentimenti e pensieri: dal viaggio psicanalitico che diventa una traversata in sottomarino, all’ex trasformato nello Scarafaggio. La scrittura è sperimentale non solo in questo approccio, anche nella forma stessa: non si va a capo, ogni capitolo poi si chiude bruscamente senza un punto. Irene Salvatori sembra dirci così che la vita è un fluire continuo; non può essere “spezzettata” in sezioni separate. Ciò che era ieri talvolta ci segue nell’oggi, anche se occorre guardare avanti.

Questa scrittura così personale può, inizialmente, mettere in difficoltà lettori abituati a pacati stilemi classici. Dipinge però un universo di sensazioni davvero evocativo del quale, terminata la lettura, ho nostalgia.

Dramma e commedia, dolore e speranza, scavo interiore e autoironia si alternano vorticosamente. Ed è proprio questo alternarsi che forse mi ha colpito di più. La scrittura restituisce efficacemente il dibattersi frenetico, il susseguirsi interiore di ombra e luce di chi deve affrontare una perdita e, al tempo stesso, volgere lo sguardo al domani.

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