La psiche nei libri – Il diavolo sulle colline (C. Pavese)

La psiche nei libri – Il diavolo sulle colline (C. Pavese)

Ci sono romanzi che continuano a parlare a una parte profonda della psiche, anche se sono stati scritti trenta, quaranta, settant’anni fa. Questo accade perché ciò che raccontano, emozioni, pulsioni, dilemmi, riguarda l’umanità di ogni periodo storico. Sono capolavori senza tempo, capaci di emozionare generazioni anche molto lontane da quella dei protagonisti.

“Il diavolo sulle colline” di Cesare Pavese, pubblicato nel 1949, è a mio avviso uno di questi. Un libro che ho riletto forse tre volte, trovandovi sempre qualcosa di nuovo.

Tre amici, la noia e la voglia di vita

Il romanzo ha inizio in un’estate a Torino. Tre amici universitari, uno dei quali è l’io narrante, trascorrono il tempo tra lo studio e lunghe peregrinazioni notturne per le strade della città. Sono giovani, inquieti, avidi di vita; chiacchierano animatamente, camminano spesso senza una meta precisa. Sembrano sentirsi costretti, soffocati da quella quotidianità ripetitiva.

Già da queste premesse capiamo quanto “Il diavolo sulle colline” sia ancora attuale. La voglia di vivere che si fa quasi smania, l’insofferenza per la routine: non sono forse tratti che accomunano tanti giovani di ieri e di oggi?

Un incontro inatteso

In cerca di un’evasione dalla monotonia, una sera i tre amici prendono una decisione apparentemente banale, che cambierà il corso di quell’estate.

Lasciano il centro urbano per una passeggiata notturna in collina.

Mentre procedono in salita, sempre più lontani dalla vita cittadina, la quiete viene improvvisamente spezzata dall’apparizione di un’auto, che si ferma lungo la strada. Al volante intravedono un giovane poco più grande di loro, che sembra colto da un malore.

Si avvicinano. È Poli, il figlio di un commendatore di Milano, la cui famiglia possiede una villa e una tenuta nella campagna piemontese. Uno dei tre amici, Oreste, lo conosce bene perché è originario di quella zona.

Un’inquietudine che supera le differenze sociali

Poli rivela ben presto al lettore la sua natura problematica, la sua fragilità. Il malore che l’ha colto è dovuto forse all’ubriachezza, forse alla droga.

Ai tre amici parla in termini vaghi, confusi: è fuggito da Milano per motivi non chiari e riflette sulla piccolezza dell’essere umano. In quella conversazione dai toni vagamente surreali nasce una sorta di istintivo sodalizio. Un’intesa nata dalla comune inquietudine dei quattro, che supera le differenze d’estrazione sociale.

La psiche nei libri – Il diavolo sulle colline (C. Pavese)
Cesare Pavese (Santo Stefano Belbo, 1908 – Torino, 1950)

Poco tempo dopo, gli studenti universitari decideranno di prendersi una pausa dalla vita di città, con una gita in campagna ospiti della famiglia di Oreste. Coglieranno l’occasione anche per andare a trovare Poli, che trascorre un periodo nella villa di famiglia. Non sapranno di avvicinarsi a un baratro pericoloso in cui il desiderio di emozioni nuove, condiviso con il nuovo amico, rischierà di spingerli.

Tra l’abbraccio della natura e il brivido dell’ignoto

Oltre al tema di una gioventù inquieta in cerca di emozioni, un’altra dimensione senza tempo caratterizza “Il diavolo sulle colline”. La natura con i suoi cicli, la sua bellezza che incute quasi soggezione, il costante dialogo che instaura con l’uomo che la coltiva. Un dialogo che si mantiene solo nel rispetto reciproco.

I tre studenti, arrivati in campagna dalla città, avvertono il fascino profondo di un legame ritrovato con la terra. Oreste, che da quelle lande di campi e colline proviene, è naturalmente il meno sorpreso. Per gli altri due sarà quasi un risveglio dei sensi, che ricorda il “panismo” di Gabriele D’Annunzio: un desiderio di fusione totale e armoniosa con il creato.

Sembra quasi che la natura faccia da contraltare alla ricerca di emozioni forti, cercando di richiamare i personaggi affinché si fermino prima che sia troppo tardi. Anche la natura selvaggia, trascurata da tanto tempo, della tenuta di Poli. Perfino quei cespugli caotici, quegli arbusti disordinati sembrano avere un senso e un limite che l’uomo rischia di smarrire.

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